Dibattito sull’efficacia del vaccino anti Papilloma virus

Il vaccino contro l’Hpv (Human Papilloma Virus) è sicuro: su questo sono tutti d’accordo. L’analisi che è stata condotta su oltre 44mila ragazze in sette studi diversi rileva che sono tutti unanimi sull’innocuità delle iniezioni.
Sull’utilità della vaccinazione di massa per prevenire il tumore al collo dell’utero i pareri sono invece discordi; l’Ecdc (European Centre for Disease Prevention and Control, Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie) ha presentato in questi giorni l’aggiornamento delle linee guida per la vaccinazione contro l’Hpv delle bambine fra i 10 e i 14 anni, somministrata in sei mesi, in tre dosi. Scopi dell’aggiornamento sono la verifica della copertura vaccinale nei Paesi europei che l’hanno avviata, e la valutazione dell’efficacia delle politiche adottate, attraverso gli studi condotti finora.

Il britannico Journal of the National Cancer Institute ha pubblicato una ricerca secondo la quale sarebbero sufficienti anche solo una o due dosi del vaccino anziché le tre previste, ma, osserva l’epidemiologo Marc Sprenger, direttore dell’Ecdc: «È presto per dirlo, ma se questa indicazione sarà confermata, si potrebbero ridurre l’impegno e i costi del programma, favorendone la diffusione».
Le scelte dei Paesi sono infatti condizionate anche dai costi, visto che ogni dose costa in farmacia 150-170 euro e quelle previste sono tre, con una spesa variabile da 450 a 510 euro, da moltiplicare in Italia per circa 280mila ragazze: un totale di circa 80 milioni, considerando gli sconti, che si sommano ai costi del Pap-test; a questo proposito l’epidemiologo Michele Grandolfo osserva: «Con questi soldi si potrebbero potenziare i consultori e invitare più donne a sottoporsi allo screening; e questo, se ben condotto, basterebbe da solo a risolvere il problema, perché può ridurre l’incidenza del tumore di oltre il 90%. Presentare la vaccinazione come ‘la’ soluzione rischia di fare sentire le ragazze falsamente protette, e disincentivare il ricorso al Pap-test e al preservativo, che protegge anche da tutte le altre infezioni sessualmente trasmesse». Sprenger non è però d’accordo: «Il preservativo è importantissimo, ma in questo caso non basta, perché l’infezione si può trasmettere anche dalle zone non protette».

La ricercatrice Silvia Declich del Cnesps (Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute) dell’Istituto Superiore di Sanità, precisa: «Il programma di screening con il Pap-test resta fondamentale, ma individua le lesioni quando già ci sono, e comporta quindi i costi e i disagi di doverle rimuovere; con la vaccinazione, invece, si evita la loro formazione».
Ma il farmacologo Nicola Magrini, responsabile del Centro collaborativo Oms sulla sintesi delle evidenze e l’elaborazione di linee guida, dell’Agenzia Sanitaria Regionale dell’Emilia Romagna, precisa: «La protezione conferita dal vaccino è dimostrata finora solo nei confronti delle lesioni precancerose e tende a ridursi nel tempo, soprattutto per il vaccino tetravalente, che però è l’unico molto efficace sui condilomi».
Sull’eventualità di un eventuale richiamo del vaccino, dopo magari 10 anni, risponde Sprenger: «Ancora non possiamo dirlo, questo è uno dei punti che andrà chiarito nei prossimi anni».
Sulla copertura raggiunta nei vari Paesi europei, l’Italia ha introdotto la vaccinazione per tutte le ragazze nel dodicesimo anno di età nel 2008 ma non ha ancora raggiunto l’obiettivo di proteggere il 95% delle popolazione ‘bersaglio’; Gran Bretagna e Portogallo hanno iniziato dopo ma sono già arrivate all’80% di copertura. A questo proposito osserva Declich: «Nel 2011 abbiamo raggiunto il 65% delle undicenni, valore intermedio rispetto alla media europea, ma sui cui occorre ancora lavorare».

La pediatra Simona Di Mario, del Centro SaPeRiDoc (Centro di Documentazione sulla Salute Perinatale e Riproduttiva) precisa: «Però bisognerebbe anche capire non solo quante, ma anche quali ragazze vengono vaccinate; se, come è prevedibile, sono soprattutto quelle appartenenti a famiglie più avvantaggiate socio-culturalmente, che sono quelle che in genere assumono comportamenti meno a rischio e che con ogni probabilità, una volta cresciute, si sottoporranno regolarmente al Pap-test, non incideranno in modo significativo sui circa 3.500 casi di malattia che ancora ogni anno si verificano in Italia, né sul numero dei decessi, che si concentrano soprattutto, anche se non solo, nelle fasce più svantaggiate della popolazione».

Per valutare l’efficacia delle campagne locali per la vaccinazione anti Hpv e per incrementare le coperture vaccinali in tutto il Paese, l’Istituto Superiore di Sanità ha avviato il progetto Valore, nel corso del quale, fra l’altro, si stanno valutando le risposte date ai 14mila questionari che sono stati distribuiti alle famiglie che non hanno voluto sottoporre le loro ragazze alla vaccinazione; alcune delle ragioni le rivela uno studio pubblicato sulla rivista Pediatrics: scarsa conoscenza del vaccino, inutilità del vaccino, idea che sia troppo presto per preoccuparsi della sessualità di ragazzine così piccole, timore che la vaccinazione induca precocemente a comportamenti spregiudicati o a rischio. Il vaccino, comunque, protegge dai virus che sono responsabili solo del 70% dei casi di tumore, quindi bisogna comunque sottoporsi regolarmente ai controlli.

 

Fonte
Introduction of Hpv vaccines in European Union countries – an update, Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (Ecdc), settembre 2012, ISS

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