Ascolta il suo cuore. Importanza del monitoraggio della frequenza cardiaca fetale

Il monitoraggio della frequenza cardiaca fetale, abbinato a nuove tecniche, può contribuire a prevenire la morbilità e la mortalità perinatale.

 

Il monitoraggio della frequenza cardiaca fetale è un metodo importante per controllare il benessere del bambino durante il travaglio. Il monitoraggio della frequenza cardiaca fetale avviene attraverso una strumentazione elettronica chiamata cardiotocografo. Il cardiotocografo rileva l’attività cardiaca fetale (cardiografia) mediante una sonda ad ultrasuoni e delle contrazioni uterine (tocografia) mediante una sonda che rileva le variazioni di pressione sull’addome materno. La prima sonda viene poggiata sull’addome materno, in base alla posizione del bambino, la seconda si posiziona sull’addome materno a livello del fondo dell’utero e rileva le contrazioni. Per valutare meglio le contrazioni uterine, la sonda può anche essere posta all’interno della cavità uterina.

I segnali elaborati vengono trasformati in due tracciati (cardiotocogramma) registrati contemporaneamente sulla stessa striscia di carta dove nella parte inferiore si evidenzia l’attività contrattile dell’utero mentre nella parte superiore si registra la frequenza cardiaca fetale. L’esame è semplice, non invasivo, e privo di rischi sia per la mamma sia per il bambino; la sua durata è di circa 20-30 minuti.

La frequenza cardiaca di base di un feto a termine è considerata normale se si mantiene tra due linee che indicano 120 e 160 battiti al minuto. Se i valori vanno al di sotto di 120 si parla di “bradicardia” se vanno al di sopra di 160 si definisce invece una “tachicardia”. È normale che vi sia una variabilità tra la frequenza massima e quella minima. Infatti, nel feto sano la frequenza si adatta a seconda degli stimoli provenienti dal sistema nervoso centrale. Un battito senza variabilità può invece indicare uno stato di sofferenza neurologica del feto. La variabilità normale oscilla sui 15 battiti al minuto. Tale variabilità viene anche posta in relazione con le contrazioni uterine.

Dal momento in cui il monitoraggio della frequenza cardiaca fetale è stato introdotto, circa 40 anni fa, è stato considerato un test di screening innovativo per rilevare situazioni di ipossia (ovvero di carenza di ossigeno nel sangue) nel feto all’interno dell’utero materno, che possono beneficiare di un parto cesareo o di un parto vaginale indotto. Tuttavia, è stata sollevata l’ipotesi che tale procedura possa aver portato a un improprio aumento del ricorso al parto cesareo. Nonostante questa obiezione, il monitoraggio della frequenza cardiaca fetale è ancora oggi una delle più importanti procedure ostetriche nella pratica clinica, eseguita in oltre l’85% delle sale parto degli Stati Uniti d’America. Per migliorare l’affidabilità del monitoraggio della frequenza cardiaca fetale nella valutazione del benessere fetale è comunque opportuno elaborare ulteriori metodiche, da abbinare al cardiotocografo. La ricerca è attualmente in piena evoluzione in tale ambito.

 

Kwon JY, Park IY. Fetal heart rate monitoring: from Doppler to computerized analysis. Obstet Gynecol Sci 2016;59:79-84

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